sabato 1 agosto 2015

AUM...




 Effetti positivi della meditazione spirituale

 sui Tre Dosha,

 fattori-base dell’Ayurveda

























Tesina di Diploma in Medicina ayurvedica

Bologna, Dicembre 2008
































        Diplomando: Francesco Giampà




























Indice





Capitolo Primo - Natura e significato del Tridosha




  a)    Introduzione generale: i principî del cosmo secondo l’induismo         pp.  1-3
                               
  b)    Dosha e stato di salute                                                                              pp.  3-4

  c)    Rapporti fra i Dosha e i vari organi                                                           pp.  4-7

  d)    Categorie di malattie e tipi corporei                                                         pp.  7-8
                                                                    







Capitolo Secondo - Effetti della meditazione
 sulla mente ed il corpo



    a)    Com’è nato l’Ayurveda                                                                           pp.  9-10
                             
    b)    A cosa serve l’Ayurveda                                                                         pp. 10-2
                                       
c)         L’Ayurveda quale scienza della longevità                                            pp.  12-5
   
d)         Ayurveda e Jyotisha                                                                               pp.  15-7

e)    Il riequilibrio psicofisico attraverso la meditazione                             pp.  17-9

   





























































Capitolo Primo



Natura e significato del Tridosha









    a)    Introduzione generale: i principî del cosmo secondo l’induismo




    L’Ayurveda, come mostra la denominazione stessa, indica la conoscenza (Veda) della


vita (ayus).  Essendo il sistema vedico in tutto connesso, anche l’Ayurveda costituisce


parte integrale dei Veda.  Il Veda stabilisce che i tre principî costitutivi dell’universo sono


rappresenta  ti dal Tripurusha  (le ‘Tre Persone’, più o meno corrispondenti a quelle della


Trinità cristiana).


    Il Primo Purusha o Purusha Supremo (Purushottama) è l’Assoluto, cioè quel che noi


occidentali cristiani chiamiamo Dio Padre.  Il Secondo Purusha è il Principio della


Manifestazione cosmica, insomma l’Uno che crea il mondo.  Nella Bhagavad Gita viene


identificato a Krishna, così come i cristiani identificano il <Figlio> (di Dio Padre) a Cristo. 




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( Darśan A.S.D. )


Il Terzo Purusha, infine, equivale allo Spirito Santo, in quanto essenza sdoppiata


dell’essere totale.  Ossia quel Purusha che è Krishna, rappresentante androginico


dell’Essere (o Principio della Creazione), si sdoppia in Maschio e Femmina.  In altre


parole, il Terzo Purusha, che è solamente Essenza, s’accoppia alla Mula-Prakriti, cioè


letteralmente la ‘Radice della Manifestazione’ o Sostanza ) ed accoppiandosi determina la


Creazione.


    Ora, è appunto al minore dei tre suddetti Purusha che s’applica la scienza ayurvedica. 


Il Terzo Purusha è il campo d’applicazione del sapere cosmologico, nel cui ambito rientra


l’Ayurveda coi suoi trattamenti specifici.  Infatti, nell’atto creativo il Maschio-essenza si


unisce alla Femmina-natura e dall’accoppiamento nascono i Tre Guna.  Vale a dire, le ‘Tre


Qualità’ dell’esistenza: 1) Sattva, associato al color bianco; 2) Rajas, al color rosso; 3)
  

Tamas, al nero.  Il Triguna costituisce la triplice polarizzazione della Mente (Manas), più


o meno coincidente con quel che in Occidente definiamo nell’insieme Superconscio


(Sattva, la parte superiore della psiche tendente alla trascendenza), Conscio (Rajas, la


parte mediana sempre vigile e tendente all’attività) e Subconscio (Tamas , la parte





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( Darśan A.S.D. )



inferiore e più pigra nonché tendente alla passività).


    Dal riflesso sul mentale dei Tre Guna si sviluppano i famosi 5 Maha-bhuta (‘Grandi-


elementi ): 1) Etere (Akasha), 2) Aria (Vayu , 3) Fuoco (Agni), 4) Acqua (Ap), 5)


Terra (Prithivi).  Anche i Greci conoscevano i 4 Elementi e designavano <Quintessenza>


la loro comune origine.  Tale nozione sta alla base della loro filosofia.  Gl’indiani invece li


chiamavano Pañca Maha Bhuta, ovvero ‘Cinque Grandi Spiriti’; s’intende, degli Elementi. 


La relazione del Tridosha coi Bhuta è semplice, quello proviene da questi.  Si potrebbe


addirittura considerare il Tridosha, siccome combinazione dei Bhuta, una manifestazione


su un piano inferiore del Triguna.  Nel senso che da Akasha e Vayu deriva Vata (insieme


di Etere e di Aria), da Agni e Ap si ha Pitta (Fuoco con Acqua), da Ap e Prithivi Kapha


(Acqua e Terra ).






        b)    Dosha e stato di salute




    In condizioni di normalità il Tridosha, che ovviamente è incorporeo essendo generato da




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( Darśan A.S.D. )


una fluidità impercettibile ai sensi, risulta equilibrato per proporzione ed azione.  Cosicché


la persona gode di buona salute.  Se, al contrario, una persona adotta diete squilibrate


oppure agisce in maniera irragionevole, si determinano degli sconvolgimenti fisiologici


 all’interno del corpo umano in relazione ai Tre Dosha.  O, se vogliamo dire diversamente,


il Tridosha controlla l’organismo dell’individuo, regolandone l’equilibrio generale; tanto a


livello fisico, quanto a livello mentale.  Ciò dal momento che non soltanto esiste un


interscambio psicosomatico fra la mente e il corpo, nel senso che il corpo somatizza i   


problemi mentali, ma avviene anche in linea inversa un interscambio fra il corpo e la


mente.






    c)    Rapporti tra i dosha e i vari organi




    L’Etere predomina sugli altri 4 Elementi e ne mantiene l’equilibrio colla sua natura più


rarefatta.  Può esser concepito quale spazio che permette il movimento.  Gli altri 4


Elementi sono distinguibili  in 2 maschili (Aria e Fuoco) e due femminili (Acqua e Terra). 





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( Darśan A.S.D. )


Ragion per cui la loro quintessenza costituisce, in certo modo, la non-distinzione originaria


tra maschile e femminile.  In maniera analoga, altrettanto fra i dosha è Vata a dominare


sugli altri due (Pitta e Kapha), sui quali svolge una funzione a sua volta regolatrice.


    Essendo il più elevato dei tre, Vata (misto di Etere e Aria) ha a che fare colle parti più


nobili dell’individuo, il cervello e il sistema nervoso.  Inoltre, regola il sistema osseo ed


articolare, nonché parte del sistema digerente.  Praticamente l’intestino grasso, dove


s’accumulano i gas della fermentazione e della putrefazione.  Giacché l’apparato uditivo


corrisponde elementalmente all’Akasha e il sistema tattile a Vayu,  ecco che Vata (lett.


‘aria’) essendo un insieme di questi due bhuta governa sia l’udito che il tatto.  Due fattori


psicologici sono particolare fonte di squilibrio del Vata, le ansie e le paure, che stanno alla


base dello stress contemporaneo.  Lo stress, come insegna il dizionario inglese, altro non


è che ‘tensione’ accumulatasi nel vivere quotidiano tramite l’ansia per il presente e la


paura del domani.  Pitta (lett. bile)’, di cui la veloce attività calorica generata dal sangue e  


dai vasi sanguigni è la principale caratteristica), essendo viceversa composto dal punto di


vista elementale di Fuoco regola il sistema cardio-circolatorio; e, simultaneamente,





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( Darśan A.S.D. )


governa quella parte del sistema digerente che corrisponde all’intestino tenue e al fegato. 


    Questa parte del corpo ove risiedono i suddetti organi ha d’altronde a che fare nella


fisiologia occulta della tradizione tantrica col Terzo Cakra, correlato all’Elem. Fuoco.   È


vero che l’Ayur è altra cosa rispetto ai Tantra, legati al culto della Shakti, la Gran Madre


indiana.  Tuttavia, dipendendo dall’Atharvaveda, cioè dal Veda tantricizzato in età


relativamente recente (Kaliyuga),  l’Ayur è ad essi senza dubbio apparentato.  Essendo


però formato in parte anche di Acqua, Pitta predomina su quelle facoltà cerebrali che


come tale elemento hanno capacità penetrativa (intelletto, comprensione ecc.) nei


confronti della realtà circostante.  All’interno dei sensi la vista è determinata dalla luce e,


quindi, appartiene al Fuoco.  Perciò Pitta governa la vista.  Al negativo è la collera, intesa


quale infiammazione della mente, il principale fattore squilibrante di tale dosha.   


    Kapha (lett.  ‘flemma’), di cui la lentezza circolatoria dei vasi linfatici è il fulcro a livello


organico), dal canto suo è responsabile dello stomaco, dei polmoni e del torace più in


generale, compreso l’intero apparato respiratorio.  In pratica, quelle parti del corpo più


umide ed aventi funzioni vegetative, così come Pitta regola le funzioni fisiologiche





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propriamente animalesche.  Kapha sta per di più in rapporto al sistema tegumentario e


connettivo (pelle e tessuti), dato che dipende dall’Acqua e dalla Terra, ossia gli Elementi-


base.   A loro volta Acqua e Terra vengono correlati sensorialmente al gusto e all’odorato. 


Quindi Kapha dispone, in aggiunta, di codesti due sensi.  Poiché i sentimenti ed ogni


forma affettiva in generale hanno natura fluidica e passiva dal punto di vista psichico,


Kapha regola altresì queste nostre espressioni intime.  Negativamente parlando,


l’attaccamento risulta il principale ostacolo al mantenimento in equilibrio di questo dosha.






    d)    Categorie di malattie e di tipi corporei




    C’insegna l’Ayurveda che i disturbi mentali e corporei vengono talvolta prodotti dai tre


Dosha nel loro insieme, talora invece dalla combinazione di due di questi o solamente da


uno di essi.  A tal proposito bisogna sapere che la scienza ayurvedica prende in


considerazione due categorie di malattie, denominate sharirika e mansika.  Le prime


producono disturbi corporei, le seconde disturbi mentali.  I due aggettivi derivano dal





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sanscrito sharira  (‘corpo’)  e manas (‘mente’).


    Esistono comunque tipi diversi di costituzione fisica secondo gl’indù, da costoro posti in


correlazione colla Prakriti (‘Manifestazione’).  Come diremmo noi, si tratta in definitiva di


tipologie naturali diversificate.  La classificazione indiana è ovviamente triplice: 1) Vatika


(‘Ariosa’), Paittika (’Biliosa’) e Kaphaja. (‘Linfatica’).  E dipende strettamente dall’individuo,


a partire già dalla sua forma embrionale.  Questa triplice classificazione ha una ignota


corrispondenza nella tradizione occidentale colla suddivisione degli umori, che a differenza


di quella orientale è tuttavia quintuplice.  Difatti l’umanità era anticamente classificata dalla


cultura europea secondo i seguenti 5 Temperamenti: a) Equilibrato (ovverosia


Quintessenziale), b) Nervoso (cioè Arioso), c) Sanguigno (ossia Igneo), d) Bilioso (ovvero


Fluidico ), e) Flemmatico ( o Linfatico ).



















Capitolo Secondo



Effetti della meditazione sulla mente ed il corpo









    a)    Com’è nato l’Ayurveda




    Al dire di Candrashekar G. Thakkur, insegnante ayurvedico marathi, fin dal I millennio


a.C. veniva fatta distinzione in India fra i medici veri e propri e i semplici guaritori.  Anche


se, ad esser sinceri, l’Ayurveda costituiva di per sé un’appendice del quarto e più recente


dei Veda, l’Atharva.  Ora, l’Atharva non è che un manuale in sostanza di formule magiche


e incantesimi, pur comprendendo molte altre cose tra le quali una lode sperticata dello


studio dell’anatomia umana… 


    Da ciò si capisce perché mai l’Ayur sia considerato un upaveda (Veda minore).  Nella


mentalità indiana l’Atharva è il Veda apposito del Kaliyuga, la Quarta Epoca, essendo


molto vicino ai Tantra.  Questo per il fatto che nella nostra Epoca (s’intendono in tal senso




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pressappoco gli ultimi 6.500 anni) le conoscenze più arcaiche alle quali si rifà la dottrina


brahmanica si sono confuse con altre non-vediche.  Soprattutto con quelle tantriche, di


matrice dravidica.  I Dravidi sono a loro volta discendenti d’un ceppo camitico d’origine


mediterranea, che si spostò alcuni millenni or sono sino alla terre bagnate dal fiume Indo. 


In altre parole, è possibile dire, l’Atharva e l’Ayur posseggono un carattere abbastanza


popolare.  Quasi come i Tantra, rispecchianti dal canto loro la tradizione dravidica vera e


propria.






    b)    A cosa serve l’Ayurveda




    Si suol dire che l’Ayur si basa nella cura delle malattie principalmente sul controllo della


idratazione.  Questo fa sorridere di primo acchito noi occidentali.  Eppure, non afferma la


scienza moderna che il corpo degli animali e delle piante è composto in gran parte


d’acqua?  L’acqua è la vita, anche a livello organico!  Oltre all’acqua, nella terapia


ayurvedica si adoperano le erbe medicinali, come nell’erboristeria europea.  Sennonché,





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dichiarano i maestri indiani attuali dell’Ayur (vedi documentario introduttivo trasmesso a


suo tempo in un canale televisivo privato), le erbe oggi a disposizione sono assai meno di


quelle che si potevano adoperare una volta.  Poiché il disboscamento e il diserbo massicci


dei terreni incolti, per far posto a coltivazioni agricole, hanno prodotto un danno pressoché 


irreversibile alla vegetazione naturale.  Sicché, oggi certe specie di erbe medicinali non


sono più disponibili, con gran danno alla nostra salute.  Oltreché alla natura e al


paesaggio…


    Un altro problema sorto indirettamente dalla situazione appena descritta è costituito dai


medicamenti minerali.  La pratica ayurvedica prescriveva un tempo parallelamente l’uso


terapeutico dei metalli, ma gl’inesperti praticanti attuali non sanno che una volta i metalli


venivano trattati con speciali piante depuranti, al fine di renderli idonei ad esser ingeriti in


polvere dal nostro organismo.  Più o meno come si fa, attualmente, per mezzo di


compresse contenenti ferro per le persone anemiche.  Anticamente si faceva impiego


anche degli altri sei metalli alchemici, a parte il ferro: oro, argento, mercurio, rame, stagno


e piombo.  È ovvio che, ignorando la tecnica depurativa del passato, coloro che hanno





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preteso d’applicare le antiche formule in maniera ingenua o hanno raggiunto dei risultati


inconcludenti, finendo col dimostrare    seppur a torto – che i vecchi metodi terapeutici


indiani non possedevano alcuna efficacia né basi scientifiche serie;  oppure hanno


determinato gravi avvelenamenti alla salute dei loro pazienti, con danni evidenti


all’immagine delle pratiche mediche indiane di tipo alchimistico.


    È dunque comprensibile che in seguito si sia diffusa l’idea che l’Alchimia, se presa per


quel che doveva essere, rappresentava un simbolismo esclusivamente spirituale.  E che


invece l’azione senza capo né coda di certi alchimisti ignoranti s’esercitasse con ingordigia


su assurdi esperimenti chimici per fabbricare oro.  Niente di più falso.  Se è vera la prima


parte dell’asserzione, non può esserlo la seconda in base a quanto affermato sopra.  Vi è


infatti chi sostiene che ogni metallo puro e naturale ha la sua funzione anche sul piano


strettamente medico.






    c)    L’Ayurveda quale scienza della longevità




    Un altro pregiudizio che l’occidentale deve affrontare riguarda la causa prima delle


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malattie.  Si è visto al Capitolo Primo che secondo l’Ayur sono i Dosha a provocare lo


squilibrio patologico nell’organismo malato.  Anzi il termine dosha in origine significava


‘colpa, vizio; danno; alterazione, malattia’.  Solo successivamente è venuto a designare


i tre umori che una volta in disequilibrio le provocavano.  Però, a ben guardare, cos’è che


innanzitutto determina il disequilibrio umorale?  I testi rispondono, senza pudore: Dei e


Démoni (letteralmente Deva ed Asura).  Dinnanzi ad una risposta di questo genere, se


qualcuno ha già mostrato prima qualche tentennamento verso la logica dell’Ayur, a tal


punto perde fiducia definitivamente nei confronti della medicina indiana in generale.  Non


c’è scampo!  Eppure tracce di codesto metodo sono reperibili persino nell’Europa


Medievale o nell’Antico Egitto.  Da ricerche storiche recenti pare che Gesù stesso


disponesse di conoscenze mediche di tal tipo, mutuate tramite Giovanni Battista e gli


Esseni dalla medicina egizia, apparentata di per sé a quella indiana.  Dato che, come i


Dravidi, anche gli Egizi erano delle popolazioni camitiche.


    Per capire insomma quanto ci dicono i testi indiani, bisogna naturalmente sapere con


precisione cosa Deva ed Asura fossero per gli antichi abitatori dell’India.  Dagli studi oggi





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noti si deduce che per Deva essi intendevano gl’influssi dello Zodiaco sul Destino umano; 


o meglio, i principi divini inerenti alle costellazioni ed emananti nel cosmo la loro celeste


potenza.  Per Asura, viceversa, s’intendevano gl’influssi planetari e relative cause prime. 


    Non si può adesso discutere, seriamente, se costellazioni e pianeti siano mossi da Dei


eTitani (o da Angeli e Demoni, come credevano i cristiani nel Medioevo ) oppure


costituiscano esclusivamente degli oggetti cosmici in movimento nello spazio.  Il problema


della validità scientifica dell’Astrologia indiana non è qui in discussione.  Semmai è in


discussione la coerenza dell’Ayur colle basi cosmologiche e metafisiche da cui dipende.


È chiaro che chi non crede che la vita abbia origini divine ed ha una visione materialistica  


del mondo non crederà neppure che le malattie possano esser generate dal cosmo, né


che l’astratto possa generare il concreto.  Anche se l’esperienza immediata ci prova il


contrario, poiché per fare una cosa, qualsiasi cosa, occorre prima studiarla e realizzarla


mentalmente, cioè in astratto.  Solo dopo avverrà l’applicazione in concreto.  Maha-bhuta


e Dosha sono concetti astratti, non si trovano in natura allo stato grossolano della materia,


appartengono al mondo sottile della psiche.  Non per questo sono irreali.  Sono molto più





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illusorie le cose concrete, come ad es. le malattie.  Che difatti sono per loro natura assai


sfuggenti ed indelimitabili.  Gli ayurvedisti non si occupano troppo perciò di classificarle e


descriverle una per una.   Preferiscono piuttosto affrontarle con una cura efficace e


debellarle, riportando mente e corpo ad uno stato di salute il più possibile durevole.  Ecco


in cosa consiste essenzialmente la tecnica di longevità ayurvedica.






d)         Ayurveda e Jyotisha




    Riassumendo, nella visione indiana del mondo la Divinità è la causa prima delle


malattie, come d’ogni altra cosa del resto; i signori planetari e stellari le cause seconde,


Bhuta e Dosha le cause terze.  Se il mondo è divino, allora le influenze della Divinità sul


mondo sono un fatto reale, non una fantasia.  In ogni caso, anche i più grandi pensatori


occidentali – da Platone a Dante, da Newton e Goethe – hanno ritenuto divino il cosmo


e scientifica l’Astrologia (sanscrito Jyotisha).  Persino le ricerche mediche del sec.XX


hanno provato la veridicità dell’indagine antica in campo astrale, soprattutto da parte





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dei Camiti (Dravidi, Sumeri, Egizi).  Tempo fa infatti un medico cecoslovacco, il dott.


Jonas ideò un metodo di controllo delle nascite fondato nientemeno che sulle ricerche


astrologiche degli antichi Sumeri, provando la maggior validità delle loro nozioni sul ciclo


mestruale di quelle embriologiche della medicina occidentale  moderna.  Purtroppo fu


poi allontanato dal suo incarico per ragioni politiche e messo a tacere in un manicomio,


lui che era psichiatra.


    La presenza planetaria nell’oroscopo d’una persona, in determinati campi o meno,


forma a seconda delle costellazioni nelle quali essi compaiono un quadro elementare


specifico, che varia di giorno in giorno in base ai transiti astrali.  Dato che i Dosha


dipendono dai Bhuta e i Bhuta dal Kalacakra (la ‘Ruota del Tempo’, colle sue variazioni


continue in sede celeste), è chiaro che le influenze degli astri alleggeriscono o


complicano per loro natura il quadro elementale generale di tutti gli esseri viventi, ciò


riflettendosi sulla salute d’ogni individuo.  Benché non soltanto su quella.  Il medico


esperto, perciò, doveva tener conto delle influenze ma non rimanere passivo di fronte a


queste.  In ciò stava appunto la differenza fra Medicina (Ayurveda) e Astrologia 


(Jyotisha).


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    Le prescrizioni del medico servivano a modificare in meglio la situazione astrale,


sanando dove si doveva sanare.  La cura consisteva nell’uso di semi, erbe, fiori,


cortecce (in polvere o in infusi) oppure nell’impiego di metalli polverizzati e depurati


dalle sostanze tossiche incluse.  Tenendo conto della stagione, del luogo di provenienza


del malato, dell’età – tutti fattori connessi in un modo o nell’altro agli astri – si invitava il


malato a far a meno dieteticamente di certi cibi, di certi atteggiamenti psicologici.  Il tutto


in una sintesi complessa che teneva conto del valore d’ogni singolo Elemento e delle


combinazioni possibili.  Un esempio banale.  Se un individuo nasceva con una


prevalenza dell’Elemento Fuoco, era inevitabilmente soggetto a disturbi legati a tale


Elemento.  Cioè cardiopatie, problemi a livello ematico, ecc.  L’acquisizione di cibi


appropriati e rinfrescanti o la pratica di terapie varie con analogo scopo produceva


risultati benefici.  Viceversa, se in una persona si verificava una carenza di Acqua


(l’Elemento, non il dissetante comune ) nell’oroscopo radicale od in quello annuale.  La


terapia cercava di riequilibrare l’Elemento carente, quasi che fosse un oligominerale.







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e)          Il riequilibrio psicofisico attraverso la meditazione   




    Gl’influssi e i riflussi astrali, concernono esclusivamente il campo psichico. Non


agiscono sullo Spirito.  Vi è un’unica cosa che regola la nostra spiritualità: la


meditazione trascendentale, o yogica per così dire.  La meditazione poggia sulla


concentrazione .  La concentrazione profonda provoca un magnifico rilassamento di tutti


i muscoli del corpo, ma non consiste in un semplice training autogeno, il quale produce


benefici esclusivamente fisici.  La meditazione agisce in parallelo anche sulla psiche. 


Poiché non è la mente a condurla, come avviene col training, bensì il nostro Sé più


profondo. 


    È tramite questo nostro inabissarci nelle più segrete fenditure della coscienza che


veniamo a conoscere il nostro essere vero e raggiungiamo la beatitudine.   Secondo la


nota formula logica Sacchidananda (lett. ‘Essere-Coscienza-Beatitudine).  Finché la


mente pensa, agiscono su di noi le influenze cosmiche, con tutti i loro pericoli dal punto


di vista della salute.  La meditazione formale, se attuata nel modo giusto, compie una






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sospensione del mentale molto più profonda di quella prodotta dalla semplice preghiera. 


E magicamente viene così a riequilibrare la negatività psichica accumulatasi in noi in


vari modi.  Tramite il nostro vivere quotidiano, la nostra dieta, le nostre frequentazioni, la


nostra esposizione ai fattori ambientali più disparati, le nostre emozioni intime.  E così


via.  In sintesi, il nostro sottostare ai raggi cosmici e alle loro determinazioni vitali.


    Anche in questo caso, non val la pena d’analizzare tutti i fattori disturbanti circostanti,


od interiori, ma occorre invece eliminarli tutti assieme in una volta colla pratica


meditativa.


    Quel che succedeva originariamente, secondo quanto ci narrano le scritture indiane,


nel Paradiso Terrestre.  La meditazione lo riattualizza attraverso lo Yoga (‘Unione’,


col Principio della Creazione ) od ogni altra pratica di coltivazione spirituale omologa. 


Ragion per cui, la prerogativa della purezza appartenente agli esser paradisiaci – dalla


tradizione hindu chiamati Hamsa (‘Oche Selvatiche’) – scende alla nostra portata. 


Purezza in tal senso significava pure assenza di malattia.  L’oca selvatica è un


uccello capace di librarsi nell’aria maestosamente.  Cinesi ed indiani da tempo





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immemorabile hanno preso siffatto volatile ad indicare il volo shamanico dell’anima


individuale (Jivatma) verso l’anima universale (Atma).


    Per taluni la cosa avviene solamente nel momento della morte.  Per altri nemmeno in


tale circostanza purtroppo e  per altri ancora ogni volta, o quasi, che s’accingono a


meditare.


































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( Darśan A.S.D. )




Bibliografia



1)     C.G.Thakkur, Introduzione all’Ayurveda- Astrolabio-Ubaldini, Roma 1979.
2)     M. & J Stutley, Dizionario dell’Induismo- Astrolabio-Ubaldini, Roma 1980.
3)     Dizionario d’Inglese Hazon-Garzanti, Milano 1961.
4)     M. Monier-Williams, Sanskrit-English Dictionary- N.Delhi 1981.
5)     N.Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana- Bologna 1996.
6)     Dispense delle lezioni a c. del Seminario.
7)     G.Acerbi, Kālacakra, la Ruota Cosmica- Univ. di Ven. “Ca’ Foscari”, Venezia 1985, tesi di laurea in ‘Storia dell’arte dell’India e dell’Asia Centrale’.
8)     S.Radakrishnan, Bhagavad Gita- Astrolabio-Ubaldini, Roma 1964.





                                       Consulente:     GIUSEPPE ACERBI

martedì 10 febbraio 2015

IL CAPRICORNO NEL BENE E NEL MALE




La simbologia solstiziale dei 'Tre Figli' d'Adamo, con un’indagine sull’origine dei culti demonici in rapporto al Cainismo, all’Abelismo e al Sethismo







a)  Il Capricorno e il Solstizio Invernale

        Secondo il simbolismo proposto da Guénon il Capricorno, abbinato al color Nero, rappresenta la Porta verso l’Assoluto.  Il problema però è che Guénon nella questione dei Solstizî e degli Equinozî non ci azzecca, poiché non comprende bene la simbologia delle Tre Correnti.  Questa è la chiave per capire il tutto.  Dobbiamo specificare che anche noi, ad esser sinceri, abbiamo avuto molta difficoltà all’inizio a far quadrare i simboli, proprio perché ci rifacevamo al maestro francese.  Guénon, pur  utilizzando una fonte valida quale Porfirio, sembra non rendersi conto della ciclicità dei rapporti simbolici.  O meglio, sappiamo da numerosi articoli, che egli sapeva d’un mutamento emblematico di ciclo in ciclo, ad es. per le Direzioni.  Tuttavia, in relazione all’Anno Sacro (forse per la sua adesione a forme tradizionali nelle quali il simbolismo annuale non era molto evidente, pur essendo immancabilmente presente), mostra in proposito delle titubanze.  In quanto assegna giustamente i Misteri Minori (eleusini o meno, intendendo per trasposizione simbolica ogni realizzazione equivalente allo stato paradisiaco sovrannaturale) all’Equinozio di Primavera e quelli Maggiori (concernenti lo stato paradisiaco assoluto) erroneamente al Solstizio Invernale.  Il fatto che inverta in genere le attribuzioni (poiché torna sul punto più volte e sempre commettendo lo stesso errore), pur basandosi sul presupposto giusto dell’ordine annuale, tradisce nel suo approccio una certa confusione nel modo d’intendere.  Non che la supposizione di Guénon sia totalmente sbagliata.  In effetti il Solstizio d’Inverno, quando ancora il simbolo capricorniano non era ancora in uso  (vedi ad es. il Drago nel pitagorismo delfico, che ha infatti per figlio mitico secondo il Fontenrose il Caprone), è stato in un lontano passato – allorché si guardava alle Tenebre come un contrassegno dell’Immanifesto (anche in ciò Guénon dice bene) – 



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un riferimento al Paradiso Celeste.  In quel senso era giusta l’assimilazione dell’Inverno al Nord e dunque al Polo Artico.  Sebbene l’autore francese manchi di notare, e di qui ne è provenuta parecchia confusione da parte non solo sua ma pure di quelli come Evola od altri che l’hanno seguito, che quel tipo di simbolismo era in vigore necessariamente durante un’epoca ben definita.  In base alla ricostruzione cosmografica che si può fare oggi mediante la dottrina degli Elementi abbinata a quella delle Direzioni, abbinamento il quale costituisce la vera base di tutta la cosmologia antica (purtroppo non molto chiara nei tempi ultimi a coloro che pur dichiarano d’esser d’osservazione tradizionale), risulta evidente che quell’epoca era la ‘Seconda Era’ mitica.
        Quindi, ne deduciamo, l’ossequio delle Tenebre è nato presso la Razza Nera, ossia nell’emisfero australe ed a ridosso del ‘Continente Nuovissimo’; in altri termini ha percorso in senso solare l’intero Oceano Indiano fino alla parte centro-meridionale dell’Atlantico, cioè rispettivamente in direzione sud, sud-polare e sud-ovest.  Sebbene è ovvio pensare che si sia trasferita poi man mano, come anche negli altri cicli è accaduto, altrove.  Nella ‘Quarta Era’ invece, deve esser accaduto per forza di cose l’opposto: insomma, la Luce è divenuta il simbolo del Non Manifestato, onde il Solstizio d’Estate ha avuto inevitabilmente la parte che prima aveva quello d’Inverno.  Perciò è il Tropico del Cancro, in tale nuovo ambiente, che ha funto da Nord anziché quello del Capricorno.  Ragion per cui si è creata un’associazione costante fra l’Inverno e l’Inferno, relegato al Polo Nord; mentre prima era il contrario, vale a dire gl’Inferi eran raffigurati dal Polo Sud.  Ecco che allora, sulla scorta di tali considerazioni, comprendiamo come il riferimento invernale (1) avesse per i seguaci americani degl’Illuminati bavaresi un carattere propriamente satanico, poiché è tipico da parte dei satanisti non esser capaci d’aggiornare i simboli e dunque ritrovarsi alla mercé del tempo, finendo col venerare simboli non più appropriati ed opposti nel significato a quelli originarî.  Si spiega cosí il loro ossequio per la Tradizione, che in mancanza della linfa vitale apportata dalla profonda comprensione del simbolo e quindi della possibilità di riadattarlo a situazioni nuove, si riduce seccamente ad una venerazione formale dagli opposti contenuti.  Questo è ciò che 



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fecero i Giganti secondo la mitologia greca allorché, guidati da Tifone (con la Testa d’Asino = Canopo), si spostarono dal Polo Sud verso l’America Meridionale e Centrale.  Non a caso il satanismo quale abbiamo conosciuto in epoca storica è detto dalle tradizioni ebraiche esser cominciato quando i Sethiti si congiunsero tribalmente coi Cainiti ed essersi trasmesso particolarmente ad opera del cacciatore Nimrod dalla Torre di Babele in poi.  Se interpretiamo la leggendaria ‘Torre’ eretta dal mitico ‘Cacciatore’ come l’Asse del Punto Vernale in epoca orionica (attorno al 4.500 a.C.), comprendiamo che in quel peculiare momento ciclico la situazione cosmografica s’era rovesciata.



b)  I ‘Tre Figli’ di Adamo e l’origine della Controtradizione

        Le genti della ‘Quarta Era’, qualora non avessero riadattato il calendario alla nuova situazione temporale avrebbero fatto come i nebrodisti (2); i quali  hanno continuato ad adottare una simbologia tenebrosa vetusta, legata probabilmente all’arcaico ciclo sethita.  Viceversa hanno fatto i luciferiani, che invece venerano il Solstizio Estivo, ma non come contrassegno del Trionfo della Luce, secondo quanto avveniva presso i Misteri di Demetra et similia.  È  probabile che il culto solstiziale testé citato sia comunque anch’esso un deposito tradizionale di quel fatidico incontro di cui s’è detto sopra fra Sethiti e Cainiti in un continente oltreatlantico (3), ma in senso opposto.  Potremmo attribuire infatti il Luciferismo ai Cainiti ed il Satanismo ai Sethiti, come d’altronde attestano direttamente le due denominazioni.  Ci spieghiamo meglio.
        In principio non poteva che trattarsi ovviamente di semplici degenerazioni tradizionali, le quali solamente in seguito si sono sviluppate assumendo un senso demonico grave.  Si può immaginare a tal proposito che i Cainiti abbiano trasformato il loro originario culto solare, una volta perso il senso vero dell’Unità Divina, in semplice culto luciferico del Demiurgo.  I Cainiti sicuramente sul piano geografico provenivano per cause cicliche in prevalenza dall’Oceano Indiano.  Si rammenti che nelle tradizioni ebraiche costoro sono descritti in genere di piccola statura, come gli attuali 



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Boscimani, che difatti si dice siano d’origine austronesiana e venerano un nume-antenato affine, sinanco nel nome (Cagn), alla figura di Caino.  Probabilmente, ad essi si è aggiunta una minoranza d’origine antartica. Un tempo l’Antartide doveva risultare assai diversa da oggi ed era abitata secondo varî miti di diversa fonte da un ceppo negroide gigantico, quale ritroviamo nell’Africa Nera in tempi successivi alla glaciazione dei poli, il ceppo d’allevatori detti appunto paleo-negritici. Le sensuali ed audaci consorti cainite delle leggende biblico-apocrife, congiuntesi coi maschî sethiti, è logico pensare abbiano accettato dai mariti i loro culti.  Ma non del tutto.  Quei mariti medesimi nel contempo per forza di cose sono stati influenzati dalle pratiche vetuste delle proprie mogli, o concubine, altrimenti non si spiegherebbe l’accusa di corruzione loro attribuita dai testi ebraici (4).  Quindi è probabile che vi fossero delle differenze fra gli uni e le altre, tali da generare un primordiale satanismo nel caso in cui a dominare risultassero le tradizioni dei maschî sethiti ed una primordiale stregoneria qualora prevalessero i riti delle donne cainite (5).
        Se i poli geografici a quell’epoca erano realmente liberi dai ghiacci, o pressappoco, è naturale credere che anche nell’Artide come nell’Antartide fosse avvenuta la stessa emigrazione verso altri continenti; visto che i sistemi tribali di vita a livello primitivo erano per lo piú di tipo nomadico, tanto presso le economie pastorizie quanto quelle orticole.  Ancor maggiormente – dobbiamo ritenere perciò – dovettero esserlo le economie di tipo venatorio, dal momento che i cacciatori usavano seguire le prede a grandi distanze.  Per un’analogia si confronti tali presupposti con quanto avviene ed è avvenuto sino ad epoca recente in Siberia.
        Si può ipotizzare dunque in base alle suddette deduzioni antropologiche che nel preistorico continente americano, fosse esso formato da una o piú masse insulari non importa stabilire, dei cacciatori nomadici di ceppo paleoasiatico si siano spinti verso terre centro-meridionali mescolandosi colle tribú sudeane di provenienza austronesiana od antartica; ossia tanto con le genti piú stanziali, praticanti una primitiva orticoltura (il ceppo negroide pigmeo, maggiormente primitivo e territorialmente stabile) quanto con le altre dedite ad una rudimentale pastorizia (il ceppo gigantico, capace già di difendere con bastoni le bestie allevate dagli animali feroci, 



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come ancor oggi avviene in Africa presso certe tribú pastorali assai coraggiose).
        A questo punto della nostra ricostruzione ciclica, bisogna tuttavia far osservare che i cainiti e le cainite di alta statura – ovvero di provenienza antartica – sono in realtà degli abeliti e delle abelite.  Di un’unione fra Abeliti e Sethiti nelle tradizioni bibliche apocrife per la verità non si parla, dato che nella Genesi Abele muore per mano di Caino, apparentemente senza lasciare discendenti (iv.7).  Però nel testo biblico compare poco innanzi (vs.18) un personaggio, il cacciatore Lamek, che in realtà funge da doppione di Abele, tant’è che il figlio Iabal è il “padre di tutti quelli che abitano sotto le tende e stanno presso il bestiame”.  Insomma un pastore.  Sarebbe illogico d’altronde intendere, da un punto di vista mitico-leggendario, come se la pastorizia sia stata inventata due volte.  Una comparazione colla cosmologia del mondo indiano, ove Vamana e Rama (il primo Rāma aliâs Parśurāma, da alcuni mitografi indiani apparentato etimologicamente a Perseo) posseggono prerogative analoghe – seppur non identiche – a quelle rispettivamente di Caino e Lamek (6), spiegherebbe anche la vendetta dei pastori contro gli orticoltori rintracciabile nella leggenda apocrifa dell’uccisione di Caino da parte di Lamek con una freccia alla gola in una battuta di caccia (7).
        Potremmo allora arguire dal contesto che i Giganti (i Neri antartici)(8) – nelle tradizioni amerinde non sono esclusivamente votati al male come i loro equivalenti tifonici in Grecia – praticassero sia la pastorizia sia la caccia, o meglio un sistema misto quale si ritrova piú tardi anche in altre plaghe.  Donde la loro unione coi Sethiti – o meglio la propaggine artico-occidentale di tribú artico-orientali – si può immaginare abbia prodotto la vera continuazione positiva del Ciclo Adamico, mediante riassorbimento della figura pastorale di Abele (il ‘Secondo Figlio’ d’Adamo) in quella ambivalente di Seth (il ‘Terzo’).  Il che implica, di necessità, il riassesto dei miti e dei simboli in una nuova forma aggiornata.  Mentre l’unione del rozzo ceppo cainita, animalesco e cannibalico, con quello sethita (diremmo, meglio, pre-sethita o post-adamico), persino maggiormente primitivo ma spiritualmente piú elevato (siccome prossimo alle origini paradisiache), potrebbe aver determinato i risultati nefasti che difatti la Tradizione gli attribuisce.
        In questo caso è possibile che le mogli cainite praticassero 



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vecchî culti che, ad uopo, potremmo definire ellenicamente orgiastico-dionisiaci e che difatti hanno caratterizzato sino ad epoca storica gli austronesiani.  Si tramanda d’un esagerato lassismo morale, includente orge con animali e via dicendo, come si nota in varie parti del mondo in certi graffiti preistorici.  Tale opera di corruzione nei confronti dei puri mariti sethiti potrebbe averle portate a pratiche stregonesche nascoste, nel senso proprio del termine; tanto piú che erano abituate, tradizionalmente, ad ossequiare le Tenebre (sia pur intese in senso benefico) anziché la Luce.  I mariti corrotti, al contrario, è probabile abbiano da parte loro continuato formalmente a rifarsi culturalmente al ciclo artico o meglio nordorientale; con la sola ma importante eccezione che, adottando le nuove pratiche di culto trasmesse loro dalle mogli negroidi, finivano coll’alterare la propria tradizione in senso satanico.  Per questo, forse, il Satanismo (in sostanza una degenerazione nebrodistica del Sethismo in chiave cainita) ancora nel XX sec. era considerato maggiormente affine alla Stregoneria (a sua volta degenerazione nebrodistica del Lilithismo)(9) che al Luciferismo; in altre parole adatto a coloro che, nel simbolismo del Tridente a rovescio, seguivano la Via di Sinistra.  Poiché è a sinistra che si colloca la donna in ogni via occulta, iniziatica o contro-iniziatica che sia.  È solo casualmente che i seguaci di Satana e di Lilith tendono a rappresentare nel modo suddetto i loro emblemi, mostrando di prediligere la direzione sudoccidentale?  Ed è ancora per caso che i luciferiani (vedi ad es. il Gladio della ‘Società di Thule’ con la sua Elsa ben evidenza) preferiscono rappresentare il Tridente al diritto, cosa che va a collocare la punta di destra in direzione nordorientale?
        Ovviamente le nostre deduzioni vanno prese cum grano salis.  Non è possibile credere che tutte le cainite fossero degeneri e le abelite no.  E viceversa dicasi per i “puri“ sethiti congiunti in qualche modo alle une o alle altre.  Chissà però che la scarsa frequentazione da parte dei seguaci del Demonio e della Demonessa della Via di Centro, se intesa quale degenerazione dell’Abelismo/ Lamekismo, non possa ricondursi alle caratteristiche etno-culturali positive del sud-polare Paradiso Abelita (cioè Apollineo)(10)!
                                                      
                                                               HIRANYA MRIGA



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Note



1)      Il riferimento invernale è rappresentato presso gl’Illuminati dalla Piramide Tronca, sormontata dall’Occhio Onniveggente.  La Piramide, Tronca o dotata di Pietra Angolare (nel caso indicato sostituita dall’All-seeing Eye), è un’immagine della Montagna del Mondo.  La Montagna/ Piramide può esser concepita invertita o raddrizzata, giacché è un rimando ai Poli.  Altri emblemi equivalenti sono l’Albero, il Corno, il Vaso, il Triangolo Equilatero ecc.  Come si fa a dire che nel caso bavarese era il Monte Invertito ad esser oggetto di speculazione da parte dei seguaci di Weishaupt, dato che normalmente la Montagna nelle raffigurazioni che li riguardano viene raffigurata diritta?  Beh, non è facile, in verità.  Bisogna tener conto tuttavia che, a loro insaputa (Plutone non era ancora stato scoperto) il pianeta più esterno del sistema solare – anche se da tempo si parla di 1 o 2 pianeti trans-plutoniani – trovavasi in Capricorno al tempo della fondazione della loro confraternita, necessariamente influenzandone le idee e il simbolismo.  In un art. a seguire,  intitolato Novus Ordo (Mundi ), spiegheremo il significato astrale dei passaggî plutonici.

2)      Non a caso è questa la denominazione piú recente (risale alla ‘Quarta Era’) di quei fallaci seguaci della Tradizione che praticano il Satanismo.

3)      Sembra ormai accertato che nell’Atlantico non può esser esistito geograficamente alcun insieme di terre emerse quale era concepito dai massoni di stampo donnellyano nel XIX sec.  Piuttosto, facendo centro sull’attuale aspetto del suolo americano, è possibile anzi doveroso immaginare una diversa morfologia continentale, magari spezzettata in due o tre separati continenti.

4)      R.Graves & R.Patai, I miti ebraici- Longanesi, Milano 1969 (ed.or. Hebrew Myths- International Authors N.V. and Dr. Raphael Patai,  ? 1963), § 18 sgg., pp. 121-30.

5)      Siccome non è pensabile che la commistione etnica fra i ‘Figli di El’ e i ‘Figli di Qayin’ avvenisse a senso unico, come ci riportano le leggende, è ovviamente da supporre che anche dei cainiti (magari in minor numero) si unissero a delle sethite corrompendole.  Ciò spiegherebbe la formazione d’un satanismo (culto di Satana) ed una stregoneria (culto di Lilith) per cosí dire 



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destrorsi rispetto ai loro equivalenti sinistrorsi.

6)      Cosmograficamente Vāmana è associato alla Direzione Sudorientale (il Ciclo Austronesiano) e Paraśurāma a quella Antartica.  Vāmana, in India costituisce un doppione in funzione avatarica di Kāla, come in Grecia Hermês lo è di Krónos, quantunque la funzione avatarica sia in questo caso assente.  Fra Kāla (lett. il ‘Tempo’) e Krónos (lett. il ‘Cornuto’) l’identficazione è facile, basta guardare all’etimo latino corrispondente hornus/ cornus, come abbiamo dimostrato nella nostra tesi di laurea; cfr. sul tema G.Acerbi, Kālacakra, la Ruota Cosmica- Univ. “Ca’ Foscari” (Lingue e Lett.Or.), Venezia 1985, 2 voll.  L’equivalenza fra  Vāmana e Hermês è più problematica, benché suggerita indirettamente dal parallelismo consueto nell’induismo fra Vāmana e Budha, nome indiano del pianeta Mercurio.  Essa è d’altronde provata direttamente dal confronto fra le erme greche (teste o busti che fossero) poste ai crocicchî ed in varî altri posti quali termini ed i vāmana, intesi quali pietre di demarcazione dei campi, sulle quali compariva fino al XIX sec. un’effigie di Vāmana ; cfr. al riguardo M. & J. Stutley, Dizionario dell’Induismo- Astrolabio-Ubaldini, Roma 1980 (ed.or. A Dictionary of Hinduism- Routledge & Kegan- Londra 1977), s.v.VĀMANA, p.468, col.a, n.2.  Nella forma del suo doppione Krónos-Kāla, con testa taurina (in Crono scomparsa nell’iconografia dei tempi storici, eppur chiaramente evidente in certi allotipi quali Dioniso, Talo o Tauro) o caprina (egualmente venuta meno in Kala ma comparendo anche qui nell’allonimo Bala /Bali, var. Vala / Vali; figlio di Varuna ossia Urano) Hermês-Vāmana si oppone occultamente a Perseús-Parśurāma, a differenza di quanto l’epica vorrebbe far credere col dono dei calzari al titano da parte dell’altro, non meno di quanto faccia nella ‘Genesi’ Caino con Abele (o Lamek).  Crono in questo mito è infatti rappresentato nella persona dell’odiato gemello Preto, corrispettivo greco del Prthu indú (ved.Prthī, paredro di Prthivī, la ‘Terra’), il Primo Orticoltore; se si oppone alla Terra, non può che essere ovviamente una figura celeste.  D’altra parte, Kāla, corrisponde al lat.Càelus, denominazione del Cielo in senso ciclico-agrario. A differenza della ‘Bibbia’, Perseo tuttavia annienta Acrisio, l’altro gemello, padre di Danae; Acrisio è ciononostante un allotipo abelita, ovvero equivale a Perseo stesso, sebbene questi disgraziatamente colpisca  lo zio con un disco (sorta di kālacakra, per dirla all’indiana) uccidendolo.  Similmente a come Lamek uccide incautamente il suo antenato Caino, ma nella vicenda greca di Perseo non risulta alcun omicidio preventivo fra i gemelli, emergono solo la lite e l’odio.  Nella storia indiana di Rama viceversa il primo omicidio compare, poiché il padre (Jamadagni) viene ucciso dai figli di Kartāvīrya, dopodiché segue 



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inesorabile la vendetta da parte di Rama.  Di più.  In tal caso c’è anche la decapitazione, che nella ‘Bibbia’ avviene per opera di Lamek nei confronti di Caino (la freccia lo colpisce al collo, al modo come Rudra saetta Prajāpati nel Veda) ed ivi da parte di Rama ai danni della madre Renukā (specie di Medusa), quantunque in seguito rivivificata dallo stesso figlio.  Nel mitologhema greco i decapitati sono addirittura due, Medusa ma anche Acrisio, piuttosto che Preto; tanto che, si potrebbe affermare ironicamente, il primo funge nel mito sia da Abele che (parzialmente) da Caino…

7)      Tale leggenda è illustrata apertamente nell’iconografia religiosa (vedi prospetto del Duomo di Modena, Iniz. XII sec.), ma nel racconto biblico appare soltanto accennata in modo peraltro quasi incomprensibile (Gen.- iv. 23.4).  Che il cacciatore Lamek sia prima di tutto un pastore è spiegato indirettamente dal fatto che il figlio abita in una tenda di pelle, ben diversa dalle capanne di legno e di frasche in uso presso gli orticoltori.  È da questi ultimi, i Cainiti, che nascono i primi villaggî rurali; il testo biblico (verso 17) parla addirittura della fondazione da parte di Caino d’una città che ha il medesimo nome di quello del proprio ‘Figlio’: Henok.

8)      I Giganti (filologicamente i Gibborīm) non sono qui la stessa cosa dei ‘Giganti del Gelo’ della cultura nordeuropea, ma semmai degli omologhi di quelli della ‘Gigantomachia’ greca, narrata da Esiodo.  Dato che la ‘Gigantomachia’ ellenica (lotta di Zeus & C. contro Tifone ecc.) segue alla cd. ‘Titanomachia (lotta di Zeus & C. contro Crono ecc.), è lecito arguire che questa battaglia sia da interpretare come una lotta di potere veemente fra i cultori degli Dei del Ciclo Occidentale (biblicamente, Noaico) ed i cultori dei Titani del Ciclo Sudoccidentale (cioè, Sethita); mentre l’altra a seguire sia stata caratterizzata da un velleitario tentativo di vendetta, con qualche esito parziale positivo, ma alfine mal riuscito.

9)      Lilith viene comunque considerata nella mitologia ebraica a volte la sposa di Caino anziché di Adamo e, d’altronde, spesso è Caino (non Seth, nonostante il nome) ad esser equiparato a Satana.  La figura equivalente di Set in Egitto svolge per contro in un’unica persona divina entrambi i ruoli, demonico e non.  Cfr. con l’altrettale ambivalenza di Shiva e  della Shakti in India.

10)      Ovviamente non va confuso questo Apollo-Abele del Polo Antartico, che è un alter-ego argenteo di Crono-Caino (cfr. G.Acerbi, La simbologia fitomorfica: l’orticoltura nel mito delle origini- V.d.T., A.XXIII, Vol.XXIII, N°90 (apr.-giu. ’93), 



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Palermo 1993, P.II, pp. 80-1), coll’Apollo Iperboreo; il quale è naturalmente altra cosa, ricollegandosi per contro al Polo Artico.  L’uno insomma corrisponde nei cicli avatarici indiani alla VI ‘Discesa’, l’altro alla I.